Dalla diagnosi alla Persona

La nuova riforma non rappresenta una semplice revisione di procedure. Si tratta, a tutti gli effetti, di un radicale cambi odi paradigma culturale. Per decenni l’ordinamento italiano ha trattato la disabilità con un approccio di tipo assistenziale e puramente clinico. Questa riforma ne ribalta i presupposti, allineando l’Italia alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e sancendo il definitivo passaggio dal vecchio modello medico-legale al moderno modello bio-psico-sociale.

 

Cos’è il modello Bio-psico-sociale?

Nel vecchio modello medico-legale, il focus principale era la patologia, la menomazione biologica e il deficit. L’obiettivo era curare, riabilitare o semplicemente “compensare” economicamente il danno subito, affidandosi a tabelle ministeriali e a rigide percentuali teoriche. Il cittadino restava un soggetto passivo, ricevente di una diagnosi e di un sussidio senza essere realmente ascoltato.

Il nuovo paradigma Bio-psico-sociale riconosce che la disabilità non è un sinonimo di malattia. Essa è una condizione dinamica: il risultato di come una specifica caratteristica di salute si scontra con un ambiente sfavorevole.

Se una persona con deficit motorio non può lavorare, il modello medico dice che la causa è l’impossibilità di camminare; il modello bio-psico-sociale evidenzia invece che il problema risiede nella mancanza di trasporti accessibili, ascensori o postazioni di lavoro adatte. Curare l’ambiente e garantire l’accessibilità significa far evaporare la disabilità stessa in quel determinato contesto.

 

La nuova cassetta degli attrezzi

La forza di questa riforma sta nell’aver tradotto questa filosofia in strumenti tecnici e operativi stringenti. Durante la fase di accertamento e valutazione, l’INPS e le équipe mediche non useranno più le vecchie logiche discrezionali, ma si avvarranno di una precisa strumentazione integrata.

 

1. ICD (International Classification of Disease)

La classificazione internazionale delle malattie,  serve a definire il punto di partenza clinico. L’ICD codifica la diagnosi medica oggettiva (es. la presenza di sclerosi multipla o di una cardiopatia grave). Ma la riforma chiarisce che l’ICD da solo non basta più a definire i bisogni di una persona.

 

2.ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health)

Se l’ICD ci dice qual è la patologia, l’ICF descrive come la persona funziona nel suo contesto. L’ICF mappa attentamente le funzioni corporee, le attività quotidiane e, soprattutto, i fattori ambientali, catalogandoli come “barriere” (ostacoli) o “facilitatori” (tecnologie assistive, supporti familiari, contesti accessibili).

 

3.WHODAS 2.0 (WHO Disability Assessment Schedule)

Si tratta di un questionario standardizzato dall’OMS, strettamente basato sulla logica ICF, che esplora le reali difficoltà riscontrate dalla persona negli ultimi 30 giorni in 6 domini chiave:

  • comprendere e comunicare
  • mobilità e spostamenti
  • cura della propria persona (igiene, alimentazione)
  • relazioni interpersonali
  • attività della vita quotidiana (casa, lavoro, scuola)
  • Partecipazione alla vita sociale

Il WHODAS viene somministrato durante la Valutazione di Base per raccogliere la percezione della persona (o de suo caregiver) in modo oggettivo ed empirico.

 

4. Il progetto di vita e il budget di progetto

Tutti gli elementi emersi dagli strumenti precedenti confluiscono nell’Unità di valutazione Multidimensionale per strutturare il progetto di Vita Individuale.

Un piano di su misura, costruito con te e per te, che unifica interventi sanitari, sociali, educativi e lavorativi, sostenuto da un unico Budget di Progetto (risorse economiche, umane e tecnologiche pubbliche e private) finalizzato all’autodeterminazione e alla reale inclusione della persona.